di Arturo Carlo Quintavalle
Provate ad andare davanti alla facciata del duomo di Modena, certo un monumento determinante del romanico europeo dove, opera Wiligelmo fra 1099 e 1110 circa. In basso le lastre con le Storie della Genesi, al centro, fra queste, il grande protiro retto da leoni romani che precede il portale scolpito coi Profeti; in alto, oltre le gallerie, vediamo un'enorme apertura, un rosone duecentesco che ha sfondato, con la sua luce, lo spazio interno della cattedrale, in origine denso di penombre e di lenti tempi di percezione. Sopra il rosone ecco cinque pezzi scolpiti, al centro un Cristo benedicente che deve essere datato all'epoca del rosone; accanto al Cristo quattro simboli degli evangelisti scolpiti a forte rilievo, quattro distinte lastre e che ora vediamo ridotte fortemente ai lati. Siamo certo in presenza di una sistemazione più tarda: questi pezzi sono resti di un pulpito adesso scomposto che era dunque all'interno, ai limiti fra presbiterio e navata; da esso si predicava il Vangelo.
Lo stile di questi pezzi, pur consunti dal tempo, scavati dalle intemperie, in qualche parte ormai non leggibili, è quello di Wiligelmo e a lui li attribuivo trenta anni or sono. Un tempo, oltre mezzo secolo fa, sui fianchi della cattedrale modenese, salivano delle paraste con dei capitelli, sempre di ambito wiligelmico, capitelli detti metope nel nome del loro apparente classicismo; Roberto Salvini li faceva provvidamente portare all'interno, nel museo lapidario del Duomo, preservandoli da ulteriori distruzioni. Ebbene, ecco un problema: quanto a lungo si potranno lasciare fuori questi quattro capolavori di Wiligelmo che in origine dovevano presentarsi come il pulpito di Carpi (in provincia di Modena) le cui lastre sono integre, o come quello di Quarantoli, oggi ricomposto dopo aver subito forti danni? Il pulpito di Modena è stato un modello ripreso da tutta l'officina dello scultore, una officina che domina una parte del settentrione italiano e che trova sviluppo in quella attiva negli anni venti-quaranta del secolo XII, la officina di Nicholaus, Niccolò, attivo a Cremona, Piacenza, Verona e altrove.
Ancora al duomo di Cremona abbiamo un pulpito che appartiene alla officina di Wiligelmo e che si data fra 1107 e 1115 circa; qui, murati nell'imbotte del protiro e sul muro di fondo, sopra il portale di facciata della chiesa, vediamo altri quattro simboli evangelici, piazzati qui malamente forse da maldestre risistemazioni del XIX secolo; due sporgono ai lati della imbotte del protiro e sono il leone e il toro, gli altri due, l'aquila e l'angelo, sono murati sulla parete di fondo. Anche qui i pezzi sono stati ritagliati, ridotti ai lati, ma conservano sempre una loro forza, una tensione, un vigore di grafia che li fa parenti proprio del pulpito di Wiligelmo a Modena.
Dobbiamo considerare un terzo pulpito, sempre in collocazione spuria, quello del duomo di Verona edificato e scolpito da Nicholaus, il più importante forse fra gli allievi di Wiligelmo. I quattro segni degli evangelisti sono collocati, due per parte, subito sopra i due architravi che reggono l'imbotte del protiro; per sistemarli qui le lastre originarie sono state ridotte e ricomposte fra altre cornici e fregi che illustrano l'intero archivolto. Insomma, un pastiche terribile, certo derivato da restauri, e sul quale la ricerca deve soffermarsi. Dunque tre pulpiti, tre storie diverse di insieme scomposti, che sarebbe necessario rimettere insieme.
In una qualsiasi pinacoteca nessuno esiterebbe a ricomporre un polittico diviso, ma questo finora non accade per tre pezzi dei massimi artefici del XII secolo prima di Antelami. Credo vi sia anche una ragione storica per rimettere insieme questi pulpiti: essi sono stati parte fondamentale dell'arredo interno delle chiese del XII secolo, un arredo che, con la sua diretta evocazione del testo evangelico, proponeva ai fedeli la Chiesa di Roma identificandola con la chiesa costantiniana dei primi secoli, antagonista della chiesa di parte imperiale. Siamo al tempo della Lotta per le Investiture fra l'ultimo terzo del secolo XI e i primi decenni del secolo XII. Dunque restauro anche come recupero della Storia.
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