La tradizione di Brandi e i rischi del restauro stilistico
di Arturo Carlo Quintavalle
Pochi anni fa chiunque passasse davanti alla facciata del Saint Trophime di Arles, coperta da ponteggi debitamente schermati, avrebbe avvertito un sibilo continuo e l'acqua uscire da sotto i teloni: dentro infatti si proiettava a pressione, sulle sculture del portale di fine XII secolo, un liquido probabilmente con abrasivi.
Certo il sudiciume, i depositi di idrocarburi e degli acidi in sospensione nell'atmosfera venivano rimossi facilmente, ma così si veniva a scoprire la parte viva della pietra, quella appena sotto la superficie lavorata dagli scultori. Altro esempio recente: in Francia, all'esterno della abbazia di Cluny, i resti del grandioso edificio costruito dal 1088 e consacrato, nella zona presbiteriale, nel 1095, avrebbe potuto vedere una scena singolare: muratori sulle impalcature che mettevano in opera perfette pietre di colore giallino ben squadrate, nuovissime, sostituendo le arenarie consunte da oltre 900 anni di esposizione alle intemperie; la parete così risistemata era perfetta, degna di un rifacimento in stile del XIX secolo. Due esempi per capire il tipo di restauro usato per generazioni in Francia, ma anche in Italia a cavallo fra '800 e '900, e ancora in Spagna e Germania, un modello di restauro che muove dalle teorie del grande architetto francese Eugène Viollet le Duc che, in Francia, voleva far tornare le chiese romaniche, ma soprattutto gotiche, alla loro forma originaria e per questo era disposto, come a Nòtre Dame a Parigi, a ricostruire molte parti dell'edificio e a far scolpire ex-novo le sculture distrutte, come nel caso delle statue dei re di Giuda poste in facciata. In passato l'uso degli abrasivi è stato utilizzato come mezzo rapido di pulitura anche da noi, ma da tempo le ricostruzioni in stile non fanno parte della nostra cultura e della nostra prassi, dopo la nuova impostazione teorica sui problemi del restauro proposta da Cesare Brandi.
Riflettiamo: il patrimonio più importante dell'Occidente medievale europeo è quello che vediamo in Italia, in Francia, in Spagna; in questi tre Paesi, ma anche in Germania e Inghilterra, si pone il problema degli interventi di tutela. Lo stato delle sculture medievali all'aperto nel nostro Paese, ma non solo nel nostro, è grave per ragioni oggettive: i mutamenti di clima forse sono gli stessi di 900 anni fa, ma quello che è accaduto negli ultimi 60-70 anni, con la industrializzazione e l'inquinamento, è un fenomeno senza confronto con le epoche passate. Si dice che nelle ultime due generazioni il degrado delle sculture medievali all'aperto è stato più forte che in tutti i precedenti secoli messi insieme. I risultati si vedono: le sculture un poco ovunque spesso mostrano crepe a volte profonde entro le quali penetra l'acqua e, quando l'acqua gela, le sculture si frazionano, oppure, se sono arenarie, si sfarinano. Certo, le scelte sui modelli del restauro nei diversi paesi europei sono diverse ma come coniugare l'azione degli organi preposti alla tutela e quella della ricerca nella università? Per questo è stato creato dal Segretario Generale del Ministero per i Beni Culturali, Roberto Cecchi, un gruppo di studio per proporre nuovi modi di analisi e dialogare con gli organi di tutela delle Soprintendenze.
Le culture del restauro in Occidente sono diverse: in Germania si sono voluti ricostruire, per evidenti ragioni simboliche, gli edifici medioevali semidistrutti dalla guerra, e penso ad esempio a quelli di Colonia; in Spagna l'importanza dell'arte medievale è apparsa evidente fin dai primi decenni del secolo appena trascorso, quando si ricostruiscono edifici in stile e si bloccano le esportazioni di importanti cicli di affreschi e di interi chiostri, come quello di Cuxa, per metà finito al Metropolitan di New York. Da noi è stato elaborato un modello che non privilegia una età rispetto alle altre, e quindi non distrugge tutto quanto le diverse epoche hanno sovrapposto ad una originaria struttura medievale per ricondurre gli edifici a un modello astratto imposto.
Inoltre nuove tecniche di conservazione delle sculture permettono interventi efficaci di salvaguardia, ma resta aperto ancora il problema della collocazione all'aperto di quelle sculture che all'aperto, in origine, non sono mai state e che erano parte di arredi interni medievali poi scomposti, come pulpiti, recinzioni presbiteriali o altro ancora. Dunque è ancora lungo il cammino da percorrere per la salvaguardia delle sculture medievali all'aperto e questo non può che vedere la collaborazione fra organi di tutela del Ministero e ricercatori della università.
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