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domenica 8 febbraio 2015

Un esercito di batteri salva la regina

Dopo 5 anni e 2,8 milioni di euro, sta per concludersi il complesso restauro dell’immensa (500 mq) Cappella di Teodolinda nel Duomo di Monza, gioiello del Gotico internazionale

di Barbara Antonetto

Le Storie di Teodolinda nel Duomo di Monza rappresentano l’espressione somma della raffinatezza del Gotico internazionale, eppure «quello che vediamo non è che la stesura di base di ciò che fu. Nel caso della Cappella di Teodolinda, più che in altri, c’è una distanza abissale tra come l’opera si presenta oggi e come doveva proporsi all’origine. Queste pitture, che lasciano a bocca aperta per la loro preziosità, erano ben più ricche; in sostanza si è conservata la preparazione su cui i pittori della bottega Zavattari avevano steso per pennellate, a volte corpose, a volte più trasparenti, uno strato di uno-due millimetri di colore abraso da drastiche puliture di restauratori del passato, inconsapevoli dei danni irreversibili che producevano. Le zone a fondo oro, le uniche rimaste inalterate, si accordavano a una pittura brillante e lucida, con un effetto quasi specchiante, ottenuta tramite finiture in lacca e una verniciatura simile a quella dei dipinti su tavola del Quattrocento lombardo. La superficie pittorica era impreziosita da una profusione di oro, argento, resinati di rame, lamine metalliche, lapislazzuli e malachite che dovevano proporre bagliori fulgenti. Era anche lavorata plasticamente per ottenere un effetto tridimensionale tramite le applicazioni in pastiglia, un composto di gesso e colla con cui vennero realizzati a rilievo le bardature dei cavalli, le corone, gli scettri, le trombe, i bordi delle vesti e le estese decorazioni geometriche. Di tutto ciò non rimangono che piccole testimonianze, in alcuni casi dettagli infintesimi non visibili a occhio nudo ma individuati con la fluorescenza ultravioletta e resi leggibili con il restauro: tracce di broccati e di damaschi, finti marmi, perfino le impronte degli scoiattoli e delle lepri su un prato alla fiamminga che ora pare un’opera metafisica più che rinascimentale».
A spiegare perché a proposito del restauro della Cappella di Teodolinda non si può fare appello all’abusato «ritorno all’antico splendore» è Anna Lucchini, che lavora dal 2009 sulle pitture delle pareti e della volta con sette collaboratrici e sotto la supervisione della Soprintendenza per i Beni storici e artistici di Milano nelle persone di Emanuela Daffra e Simonetta Coppa. Ora i lavori, che sono stati preceduti da un anno di indagini diagnostiche coordinate dall’Opificio delle Pietre Dure, sono in fase di ultimazione e si può salire sui ponteggi previa prenotazione.
A Monza Franceschino, figlio di Cristoforo, fondatore della dinastia milanese degli Zavattari attiva per tutto il Quattrocento, diresse con i figli, Giovanni, Gregorio e Ambrogio, un grande cantiere con il quale realizzò fra il 1441 e il ’46 i 500 metri quadrati di pitture che rivestono le pareti della Cappella di Teodolinda, 45 scene disposte su 5 registri e popolate da 800 volti.
L’intervento di restauro è stato di una complessità estrema per le 15 mani cui il restauro ha dovuto adattarsi, per l’estensione del ciclo, per i cambiamenti di stile dovuti ai tempi di realizzazione (il registro in alto è anteriore di sei anni rispetto a quello in basso), per lo stato di conservazione generalmente pessimo ma non uniforme, che ha presentato la necessità di equilibrare le varie parti, per la raffinatezza e la plasticità della superficie pittorica, ottenuta con vari materiali che hanno richiesto modalità di restauro differenti, e infine per la tecnica di realizzazione adottata al fine di ottenere una maggiore esuberanza cromatica, non a fresco bensì a secco con colori stemperati in leganti organici quali olio e uovo. «La scelta di utilizzare una tecnica così complessa è stata essa stessa motivo di estrema fragilità, spiega Anna Lucchini. Le lacche si sono frammentate, le pennellate troppo corpose si sono sfogliate e all’invecchiamento naturale si sono sommati il nerofumo delle candele e i danni da umidità. Durante la guerra le pareti vennero protette con sacchi di sabbia, rimossi i quali ci si trovò di fronte a una coltre di solfati. Paradossalmente però i problemi più gravi sono stati causati dai tanti restauri finalizzati a conservare quest’opera unica che era stata risparmiata dalla ristrutturazione settecentesca del Duomo». La Cattedrale venne edificata nel 1300 sul luogo della chiesa palatina fondata da Teodolinda (570 ca - 627/628); nel 1308 il sarcofago della regina dei Longobardi venne collocato nella cappella a sinistra del presbiterio, che oltre un secolo dopo avrebbe accolto le Storie della regina sulle pareti e, nel tardo Ottocento, l’altare neogotico in cui è conservata la Corona ferrea.
Continua Anna Lucchini: «Il primo danno a queste straordinarie scene di vita cortese risale al 1714 ed è documentato dal cronista Giuseppe Maurizio Campini: “Giovanni Valentino napoletano tolse tutto il bello e il prezioso”. Poi si susseguirono altri interventi tra i quali quello ottocentesco, che rifece la pastiglia dorata della volta affrescata da Antonio da Monteregale un ventennio prima che le pareti vedessero all’opera gli Zavattari, e quello degli anni Sessanta, che con l’uso di cemento liquido e paraloid causò distacchi dell’intonaco dalla muratura e decoesione del film pittorico dal supporto. Il cemento ha rappresentato un grosso problema, eliminandolo in modo meccanico si rischiava di far cadere la pittura per cui abbiamo usato gli ultrasuoni, quelli che usano i dentisti per la detartrasi. Abbiamo fatto anche sperimentazione utilizzando dei batteri per eliminare nitrati e solfati». I posteri assolveranno Anna Lucchini? «Credo di sì. Il mio intervento è totalmente reversibile. Per i ritocchi abbiamo usato gli acquerelli, tutto può essere cancellato con un colpo di spugna. La mappatura fotogrammetrica è stata tradotta in 800 grafici in cui le restauratrici hanno evidenziato tutte le informazioni relative a tecnica pittorica, restauri pregressi, analisi diagnostiche e metodo di intervento adottato; 30mila fotografie documentano inoltre ogni fase del lavoro: è un cantiere studio che ha prodotto un’immensa banca dati». Anche il cantiere degli Zavattari non ha più segreti grazie al restauro: l’intonaco veniva applicato secondo le giornate tipiche del vero affresco, i pittori usavano tutti gli stessi colori e gli stessi patroni, in alcuni casi il disegno veniva trasportato sull’intonaco con la tecnica dello spolvero, in altri casi il foglio veniva applicato alla parete e le linee del disegno ricalcate, in altri ancora i pittori utilizzavano sagome e ripassavano il contorno con il pennello o di rado disegnavano direttamente sull’intonaco con il carboncino.
Il restauro, del costo di 2,8 milioni di euro, è stato realizzato con i contributi di World Monuments Fund, Marignoli Foundation, Regione Lombardia e Fondazione Cariplo (la Osram ha predisposto l’illuminazione). Oltre che alle otto restauratrici le Storie di Teodolinda devono dire grazie a una nona donna, Titti Gaiani della Fondazione Gaiani, che ha promosso il recupero del ciclo e coordina tutti i partner del restauro.

da: Il Giornale dell'Arte, n. 349, gennaio 2015

giovedì 30 agosto 2012

Il paesaggio preso a schiaffi

di Ernesto Galli Della Loggia

Trascorrere qualche giorno in Calabria - dico la Calabria solo come un caso esemplare (e pur sapendo di dispiacere agli amici che vi conto), dal momento che quanto è successo lì è più o meno successo in mille altre contrade della Penisola - significa essere posti di fronte ad uno spettacolo a suo modo apocalittico. Ed essere costretti ad interrogarsi su tutta la recente storia del Paese.
Lo spettacolo apocalittico è quello della condizione dei luoghi. Sono cose note ma non bisogna stancarsi di ripeterle. Centinaia di chilometri di costa calabrese appaiono distrutti da ogni genere di abusivismo: visione di una bruttezza assoluta quanto è assoluto il contrasto con l'originaria amenità del paesaggio. Dal canto loro i centri urbani, di un'essenzialità scabra in mirabile consonanza con l'ambiente, sebbene qua e là impreziositi da autentici gioielli storico-artistici, sono oggi stravolti da una crescita cancerosa: chiusi entro mura di lamiere d'auto, per metà non finiti, luridi di polvere, di rifiuti abbandonati, di un arredo urbano in disfacimento. L'inaccessibile (per fortuna!) Aspromonte incombente sulle marine figura quasi come il simbolo di una natura ormai sul punto di sparire; mentre le serre silane sono già in buona parte solo un ricordo di ciò che furono. Luoghi bellissimi sono rovinati per sempre. Non esistono più. Ma nel resto d'Italia non è troppo diverso: dalla Valle d'Aosta, alle riviere liguri, a quelle abruzzesi-molisane, al golfo di Cagliari, ai tanti centri medi e piccoli dell'Italia peninsulare interna (delle città è inutile dire), raramente riusciti a scampare a una modernizzazione devastatrice. Paradossalmente proprio la Repubblica, nella sua Costituzione proclamatasi tutrice del paesaggio, ha assistito al suo massimo strazio.
Ma oggi forse noi italiani cominciamo finalmente a renderci conto che distruggendo il nostro Paese tra gli anni 60 e 80 abbiamo perduto anche una gigantesca occasione economica. L'occasione di utilizzare il patrimonio artistico-culturale da un lato e il paesaggio dall'altro - questi due caratteri unici e universalmente ammirati dell'identità italiana - per cercare di costruire un modello di sviluppo, se non potenzialmente alternativo a quello industrialista adottato, almeno fortemente complementare. Un modello di sviluppo che avrebbe potuto essere fondato sul turismo, sulla vacanza di massa e insieme sull'intrattenimento di qualità, sulla fruizione del passato storico-artistico (siti archeologici, musei, centri storici), arricchita da una serie di manifestazioni dal vasto richiamo (mostre, festival, itinerari tematici, ecc.); un modello capace altresì di mettere a frutto una varietà di scenari senza confronti, un clima propizio e - perché no? - una tradizione gastronomica strepitosa. È davvero assurdo immaginare che avrebbe potuto essere un modello di successo, geograficamente diffuso, con un alto impiego di lavoro ma investimenti non eccessivi, e probabilmente in grado di reggere assai meglio di quello industrialista all'irrompere della globalizzazione, dal momento che nessuna Cina avrebbe mai potuto inventare un prodotto analogo a un prezzo minore?
Capire perché tutto ciò non è accaduto significa anche capire perché ancora oggi, da noi, ogni discorso sull'importanza della cultura, sulla necessità di custodire il passato e i suoi beni, di salvare ciò che rimane del paesaggio, rischia di essere fin dall'inizio perdente.
Il punto chiave è stato ed è l'indebolimento del potere centrale: del governo nazionale con i suoi strumenti d'intervento e di controllo. In realtà, infatti, in quasi tutti gli ambiti sopra evocati è perlopiù decisiva la competenza degli enti locali (Comune, Provincia, Regione), tanto più dopo l'infausta modifica «federalista» del titolo V della Costituzione. Lo scempio del paesaggio italiano e di tanti centri urbani, l'abbandono in cui versano numerose istituzioni culturali, l'impossibilità di un ampio e coordinato sviluppo turistico di pregio e di alti numeri, sono il frutto innanzi tutto della pessima qualità delle classi politiche locali, della loro crescente disponibilità a pure logiche di consenso elettorale (non per nulla in tutta questa rovina il primato è del Mezzogiorno). Questa è la verità: negli anni della Repubblica il territorio del Paese è sempre di più divenuto merce di scambio con cui sindaci, presidenti di Regione e assessori d'ogni colore si sono assicurati la propria carriera politica (per ottenere non solo voti, ma anche soldi: vedi il permesso alle società elettriche d'installare pale eoliche dovunque). D'altra parte, si sa, sono molte le cose più popolari della cultura: elargire denari a pioggia a bocciofile, circoli sportivi, corali, sagre, feste patronali e compagnia bella, rende in termini di consenso assai più che il restauro di una chiesa. I politici calabresi sanno benissimo che la condizione in cui si trovano i Bronzi di Riace - fino ad oggi nascosti da qualche parte a Reggio, in attesa da anni di un museo che li ospiti - se è un vero e proprio scandalo nazionale, tuttavia non diminuisce di un briciolo la loro popolarità a Crotone o a Vibo Valentia.
Solo un intervento risoluto del governo centrale e dello Stato nazionale può a questo punto avviare, se è ancora possibile, un'inversione di tendenza; che però deve essere necessariamente anche di tipo legislativo. Ma per superare i formidabili ostacoli che un'iniziativa siffatta si troverebbe di sicuro davanti, deve farsi sentire alta e forte la voce dell'opinione pubblica, per l'appunto nazionale, se ancora n'esiste una. Non è ammissibile continuare ad assistere alla rovina definitiva dell'Italia, al fallimento di un suo possibile sviluppo diverso, per paura di disturbare il sottogoverno del «federalismo» nostrano all'opera dovunque.

da: Corriere della Sera, lunedì 27 agosto 2012, pp. 1 e 30


venerdì 30 marzo 2012

Se un commesso di Palazzo Madama guadagna 4 volte chi dirige gli Uffizi

di Gian Antonio Stella

Se il guadagno misura il merito, dirigere gli Uffizi è un lavoro da 1.780 euro? Lette le denunce dei redditi dei ministri e degli alti burocrati di Stato, i direttori di alcuni dei musei più importanti d'Italia, quindi del mondo, hanno deciso di fare «outing» e dichiarare i propri redditi. Che sono, rispetto a quelli dei colleghi del resto del pianeta, avvilenti.
A uscire allo scoperto, in calce a una lettera pubblica, sono Anna Lo Bianco, direttore della Galleria nazionale d'Arte antica di Palazzo Barberini, Maria Grazia Bernardini, del Museo di Castel Sant'Angelo, Anna Coliva, della Galleria Borghese, Antonio Natali, della Galleria degli Uffizi, Andreina Draghi, del Museo di Palazzo di Venezia, Serena Dainotto, della Biblioteca dell'Archivio di Stato di Roma e tanti altri funzionari alla guida di biblioteche e archivi e istituzioni museali che fanno grande il nostro Paese.
Il punto di partenza, come dicevamo, è la tesi espressa da alcuni esponenti del governo e altissimi grand commis di Stato dopo la (meritoria) scelta di trasparenza fatta giorni fa con la pubblicazione sul Web dei redditi e dei patrimoni. Tesi sintetizzabile così: tanta responsabilità, tanto guadagno. Con parallela citazione dell'America e delle società calviniste dove il reddito non solo non viene pudicamente nascosto come da noi (il denaro è stato a lungo «lo sterco del diavolo» sia per i comunisti sia per i cattolici) ma al contrario esibito, a riprova della affermazione professionale.
Un po'quello che ha detto Paola Severino. La quale, a Liana Milella che le chiedeva se non fosse imbarazzata per i sette milioni di euro denunciati, ha risposto: «No, perché guadagnare non è un peccato se lo si fa lecitamente producendo altra ricchezza e pagando le tasse. A questi redditi sono arrivata solo dopo anni di duro lavoro, supportato da tanta passione».
Fin qua, par di capire, i direttori dei musei ci stanno: è il mercato, bellezza. E le alternative inventate finora, vedi socialismo reale, non hanno dato risultati incoraggianti... Ma perché lo Stato dovrebbe dare 395 mila euro lorde al direttore generale della Consob (che poi ne prende altri 95 mila da membro della Commissione di garanzia per gli scioperi) e undici volte di meno al direttore del museo fiorentino che ospita la «Nascita di Venere» di Botticelli e la «Maestà di Santa Trinità» del Cimabue, «l'Annunciazione» di Leonardo da Vinci e la «Maestà di Ognissanti» di Giotto?
Perché 519.015 euro lorde di pensione all'ex segretario generale del Senato Antonio Malaschini e 32.535 (cioè 16 volte di meno: sedici volte!) ad Anna Lo Bianco che guida la Galleria nazionale d'Arte antica e per 1.765 euro netti al mese (un quarto di quanto prende un commesso di Palazzo Madama di pari anzianità) porta il peso di custodire e valorizzare la Fornarina di Raffaello, il ritratto di Beatrice Cenci di Guido Reni e quello di Enrico VIII di Hans Holbein e «Giuditta che taglia la testa ad Oloferne» di Caravaggio? Che senso ha che lo Stato tratti con tanta disparità, a capocchia, figli e figliastri?
All'estero non va così. I «pari grado» dei nostri dirigenti, in Francia, Gran Bretagna o Australia, guadagnano il doppio se non il triplo. La stessa Spagna, per dire, nonostante sia in crisi quanto e più di noi, paga i direttori dei più importanti musei dai 50 ai 60 mila euro. Questione di rispetto. Questione di «merito».
Da qui la lettera di «outing», che val la pena di riportare parola per parola: «Tra tanti che sentono il dovere della trasparenza a proposito dei propri redditi, vogliamo ora proporci anche noi, archeologi, storici dell'arte, architetti, archivisti, bibliotecari, funzionari con compiti complessi che spaziano dalla gestione del personale al fund raising, alla direzione di musei, fino a incarichi altamente specialistici come la cura di mostre, grandi restauri o la redazione di pubblicazioni scientifiche».
Ebbene, proseguono con amara ironia i firmatari della protesta, «non raggiungiamo i duemila euro al mese; ed è lo stipendio vero, che non prevede nessuna indennità, nessun altro tipo di compensazione. A noi il merito quindi di bilanciare la media europea contro l'eccesso di compensi dei parlamentari, dei manager di Stato e non, di professori universitari. Nel nostro caso gli stipendi si collocano molto al di sotto».
Peggio, insistono: «Un bel giorno, ormai alcuni anni fa, la riforma Bassanini stabilì fortissimi aumenti di stipendio solo per i dirigenti del ministero dei Beni culturali con contratti di tipo privatistico, allargando a dismisura la differenza tra i prescelti e non, con una conseguente e inevitabile soggezione dei primi nei confronti della politica. Saremmo curiosi di sapere come ci apostroferebbe il giornalista Vittorio Feltri che nel corso di una trasmissione televisiva definiva "scherzosamente" barboni i parlamentari per i loro compensi, in fondo di modesta entità se confrontati a tanti altri. E vorremmo anche sapere cosa pensano il presidente del Consiglio Monti e il ministro Severino che con rigore ritengono il denaro il giusto compenso al merito».
Ed ecco la conclusione: «I nostri meriti - spiace dircelo da soli - sono elencati in densi curricula e in un'altissima specializzazione che ci viene a parole continuamente riconosciuta. Ma allora come la mettiamo visto che anche il nostro ministero, pur avendone la possibilità, non ci ha riconosciuto nessuna progressione dimostrando così di non conoscerci e chiedendoci ancora oggi, la fotocopia del diploma di laurea e di perfezionamento?»
È stata questa, la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il dicastero dei Beni culturali ha appena avviato una specie di concorso che dovrebbe portare a una modesta (cento o centocinquanta euro) progressione meritocratica degli emolumenti. Ma per farlo ha chiesto ai suoi stessi direttori, archivisti, funzionari, archeologi, storici dell'arte, architetti e bibliotecari di fornire un incartamento con dentro non solo tutti gli incarichi di lavoro effettuati ma addirittura il certificato di laurea che, ovviamente, già possiede in qualche cassetto. Una piccola, stupida, crudele umiliazione burocratica supplementare.

da: Corriere della Sera, 9 marzo 2012, p. 29

giovedì 9 febbraio 2012

Il paradosso dell'arte: in malora ma di Stato

di Pierluigi Battista

Che fortuna: nel labirinto burocratico-giudiziario, nel paradiso dei ricorsi e dei commi, l’Italia sta scaraventando via 25 milioni degli odiosi privati di modo che i pezzi del Colosseo in via di sgretolamento per mancato restauro restino saldamente nelle mani dello Stato. Che fortuna: grazie agli acrobati del cavillo, agli ideologi del dirigismo statalista che non scende a patti con quel mostro sociale che sono i «privati», l’Italia non diventerà come gli altri Paesi civili, dove i privati, addirittura incentivati da una demenziale e capitalistica politica di detrazioni fiscali, contribuiscono alla manutenzione e al buon funzionamento di musei, biblioteche, opere d’arte, gioielli architettonici. Poveri ma di Stato, rimarremo sempre.
Le opere d’arte in malora, ma in malora pubblica, nell’attesa che una sentenza del Tar confermi la sentenza di un altro Tar, che si appoggi su una sentenza della Corte dei Conti e che a sua volta si ispiri a una sentenza del Consiglio di Stato: il tutto in una manciata di inutili e paralizzanti lustri.
Volete mettere il lamento straziante di chi è professionalmente adibito a mungere 1′assistenzialismo di Stato, a supplicare per un’elargizione pubblica, una sovvenzione, una clientela foraggiata, una burocrazia culturale più pingue? Bisogna occupare il Teatro Valle per chiedere piogge di denari statali alla cultura, mica usare quei 25 milioni di euro che il gruppo di Della Valle ha messo a disposizione per restaurare il Colosseo e salvarlo dal cedimento che quel grande anfiteatro sta vivendo ogni giorno, pezzo dopo pezzo. Dovessero mai altri privati, altri borghesi danarosi, emulare quell’esempio e contribuire a salvare, chissà, Pompei, o i musei che chiudono con le casse vuote, oppure le chiese e i palazzi e i capolavori dell’arte di cui è ricca l’Italia e che si stanno dissolvendo, nell’indifferenza generale ma, per fortuna, nella mani dello Stato impotente e onnipotente, squattrinato e in rovina ma pur sempre «pubblico». C’è sempre la carta bollata di un ricorso, per fortuna del nostro Paese in disfacimento artistico ma pur sempre disfacimento pubblico, a bloccare nei piccoli borghi, nelle cittadine più decentrate, una borghesia diffusa che forse, chissà, per senso del prestigio, per vanità, per dare un segno della propria presenza, per consegnare il proprio nome alla posterità, per senso civico, potrebbe pur contribuire a un moderno mecenatismo che sopperisca alla mancanza di fondi dello Stato e in più fornisca carburante a un senso dell’appartenenza, della comunità, ormai sbiadito.
C’è sempre un’«istanza superiore» a bloccare tutto, ma non il degrado delle rovine che si disfano per l’incuria pubblica, per la piccineria culturale di un ceto politico e sindacale (è la Uil che ha bloccato tutto) che manda in malora i beni culturali pur di conservare il feticcio del monopolio di Stato. Nella distruzione dei monumenti che muoiono ogni giorno. Pubblici però, non privati.

da: Corriere della Sera, 16 gennaio 2012, p. 35

domenica 13 febbraio 2011

Quei tesori d'Egitto saccheggiati nella storia

di Viviana Mazza

Vetrine spaccate, preziose statuette in terracotta d'epoca faraonica ridotte in frantumi, due mummie a pezzi. Alcuni saccheggiatori l'altro ieri avevano approfittato delle proteste per penetrare nel Museo egizio del Cairo. Ieri è stato preso d'assalto il museo di Al Qantara nel Sinai, dove alcuni pezzi sono stati trafugati, altri danneggiati.
La storia dei saccheggi di reperti archeologici in Egitto è antichissima. Già prima di Alessandro Magno o dei romani (nella nostra capitale ci sono almeno 8 obelischi prelevati durante le conquiste), gli antichi egizi saccheggiavano già le tombe dei loro antenati. Lo prova un papiro di 2.700 anni fa, citato in passato da Zahi Hawass, il direttore del Consiglio supremo delle antichità in Egitto: il documento racconta che il governatore della sponda est del Nilo aveva accusato il governatore della sponda ovest di rubare reperti dalle tombe. Più a rischio quelle dei ricchi, coi gioielli d'oro dei defunti, gli oggetti in alabastro. Ma anche quelle dei poveri venivano depredate. Né le maledizioni iscritte sulle tombe, che minacciavano tremende punizioni nell'Aldilà, riuscivano a dissuadere i ladri.
Dalla campagna di Napoleone in poi, moltissimi reperti sono finiti all'estero. «Se ne sono approfittati sia gli egiziani che gli europei» racconta al telefono dal Cairo l'egittologo Ahmed Seddik. Uno dei più importanti è la Stele di Rosetta, che fu ritrovata nel villaggio di Rashid, vicino ad Alessandria d'Egitto, nel 1799 da un giovane ufficiale francese, Pierre-François Bouchard, che ne capì subito l'importanza vedendo che la stessa iscrizione appariva in tre diverse grafie: geroglifico, demotico e greco. Bouchard ne parlò a Napoleone, che la fece custodire al Cairo presso l'Institut d'Égypte, consentendo agli studiosi di farne delle copie. Ma quando i britannici sconfissero i francesi, stipularono l'accordo del 1801 che dava loro il controllo di tutte le antichità, e la Stele di Rosetta fu portata a Londra (è al British Museum). A partire dal 1805, sotto Mohammad Ali, pascià e viceré d'Egitto, moltissimi artefatti furono donati a stranieri. «Diede ai francesi un obelisco (di Luxor, che sta a Place de la Concorde, ndr) in cambio d'un orologio per la cittadella del Cairo, che tra l'altro non funziona». L'esploratore italiano Giovanni Battista Belzoni portò reperti in Europa e a godere degli scavi più ricchi e dei doni del suo amico pascià c'era anche il piemontese Bernadino Drovetti che servì nell'esercito di Napoleone diventando poi console francese in Egitto. È suo il ritrovamento del «Canone reale», frammenti di papiro preziosissimi (contengono un elenco delle dinastie che hanno regnato in Egitto nei millenni) custoditi al Museo egizio di Torino: Hawass li rivoleva indietro ma non c'è riuscito.
«I viceré che vennero dopo Mohammad Ali fecero anche peggio. Almeno lui aveva una causa, dava via le antichità perché voleva modernizzare l'Egitto. I successori le trattarono come fossero di loro proprietà» spiega Seddik, che pure ricorda che proprio in quegli anni fu creato il primo museo egizio. Fu introdotta anche una legge che consentiva agli europei che scoprivano antichità di dividere a metà i ritrovamenti con l'Egitto. «Ma a volte mentivano o ne nascondevano alcune» osserva Seddik. «È il caso del busto di Nefertiti». Capolavoro di 3.400 anni fa, in pietra calcarea e gesso dipinto, si trova da quasi cent'anni a Berlino. Ce lo portò il responsabile dello scavo di Amarna, l'archeologo tedesco Ludwig Borchardt. Berlino dice d'averlo acquisito legalmente. Ma secondo documenti rivelati dallo Spiegel, Borchardt avrebbe imbrogliato gli egiziani portando via la statua illegalmente, nascondendone il valore. Altri pezzi importanti: «Lo Zodiaco di Dendera, che sta al Louvre, rubato da Luxor durante la campagna di Napoleone. La statua di Hemiunu, l'architetto della Piramide di Cheope a Giza, che si trova in Germania». L'elenco è lungo. Solo nel 1922, con la scoperta della tomba di Tutankhamon, le cose iniziarono a cambiare: «L'Egitto prese coscienza del valore di quel patrimonio, rifiutò di dividerlo - dice Seddik -. Howard Carter, l'archeologo inglese, cercò di nascondere una statua del re ragazzo, ma lo perdonarono purché continuasse gli scavi».
La prima legge che vietava di esportare i reperti fu introdotta in Egitto nel 1983. Hawass è riuscito l'anno scorso a farne approvare un'altra, che prevede pene più dure per i ladri. Ha riportato in Egitto migliaia di reperti rubati. E mira a pezzi iconici come la Stele di Rosetta.

da: Corriere della Sera, 31 gennaio 2011, p. 13

giovedì 14 ottobre 2010

Gli Scavi vanno coperti o si ridurranno in polvere

di Andrea Carandini (Presidente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali)

Prima che un rudere, Pompei è una città che ha perso i tetti e che ha tanti visitatori quanti un tempo i suoi abitanti: circa diecimila ogni giorno. Pur dopo una vita da archeologo militante, se dovessi dirigere la Soprintendenza vesuviana mi tremerebbero i polsi, tanto è immane, prima di tutto, il problema pratico: coperture, scorrimento delle acque, servizi... Mi sentirei più tranquillo se avessi al mio fianco un «sindaco». Noi umanisti abbiamo pregi e carenze, che spesso non vediamo. Il problema è che le competenze, scientifica e pratica, si sono sempre combattute a Pompei; non si è arrivati, come al solito da noi, a fare squadra.
Pompei si trova nella situazione dell'Aquila, ma dal '700. Le città senza coperture hanno un solo destino: ridursi in polvere. Quanti isolati siamo stati e saremo in grado di coprire? Certamente pochi, rispetto al centinaio di quelli scavati. E il resto? In polvere, pioggia dopo pioggia. Che fare? Bisogna, innanzi tutto, che Pompei finanzi, con propri soldi, la pubblicazione di tutti gli isolati, avvalendosi di istituti scientifici italiani e stranieri, al ritmo di almeno dieci isolati l'anno e secondo una metodologia di base unitaria; queste pubblicazioni devono concludersi con proposte di manutenzione e garantire la tutela conoscitiva della città: non abbiamo più la Pompei del '700; documentiamo almeno quella di questo inizio di secolo; a breve constateremo soltanto polvere. Ciò si ottiene organizzando una vasta e strutturata impresa scientifica. Pompei, il più straordinario rudere classico del mondo, è sostanzialmente inedita, come inediti sono i suoi reperti ammassati a «Sing Sing», gli sconfinati sottotetti del Museo Nazionale di Napoli, e a Pompei stessa! Non è uno scandalo? Perché, tra tanti argomenti sollevati, sovente in modo pretestuoso, questo problema non è mai stato sollevato: le indignazioni hanno paraocchi? Di più, manca a Pompei un progetto, che parta da un'analisi imparziale di quel che è stato fatto nell'ultimo decennio, gestione commissariale compresa, per arrivare a una proposta globale, che si concentri su un solo obbiettivo: come spendere gli ingenti fondi che Pompei incasserà nel prossimo decennio? Quali le parti da coprire, come realizzare le coperture, casa fare per quelle che non si potranno proteggere, come e dove comunicare la storia della città? Serve in primo luogo una manutenzione programmata, analogo a quella che il Commissario Roberto Cecchi sta sperimentando per Roma.
A Pompei è entrata la Protezione civile per la ragione che è entrata all'Aquila. Ha essa esautorato i funzionari della Soprintendenza? No: i progetti finanziati e realizzati sono stati elaborati dai funzionari archeologi, restauro del teatro compreso! Per il commissariamento a Pompei (non della Soprintendenza di Pompei), come per quello del centro archeologico di Roma, si è trattato di una guerra ideologica, come ho potuto verificare in una visita recente alla città, accompagnato dal Segretario generale del Ministero. Mi aspettavo un disastro. Ho trovato altro.
Ho constatato un'efficace segnaletica, servizi igienici funzionanti, un pronto soccorso per i visitatori, percorsi per portatori di handicap, visite organizzate per le scuole. Ho visitato un isolato interamente coperto, quello dei Casti amanti, che consente di apprezzare alcune case in corso di scavo per la prima volta sia dall'alto che dal basso: l'asino che per salvarsi ha ficcato la testa sotto la mangiatoia! (ho fatto osservare un fronte troppo avanzato, che verrà arretrato). La vicina Casa di Polibio è stata assai ben valorizzata, con mobilio, suppellettili e un racconto dell'eruzione, a partire dagli scheletri rinvenuti. Ho visto cantieri di manutenzione aperti, circa una settantina. È cominciato il restauro dei marciapiedi consunti e si approfitta dell'occasione per posare cavi per i servizi. Ho apprezzato il restauro dell'Antiquarium, chiuso dal 1980, che a novembre riaprirà. È stato reso fruibile il teatro con gradini in tufo, che ho preferito al marmo, proposto in un primo tempo dalla Soprintendenza. Sono stati vincolati venti ettari sopra la città non scavata, destinati a culture biologiche da offrire nel ristorante che sta per aprire alla Casina dell'Aquila. Gli uffici della Soprintendenza non sono più nei container - terremoto del 1980 - ma nell'edificio di San Paolino restaurato. Nel passato sono stati spesi circa sette milioni di euro l'anno, su circa 20 di incassi annuali. In un anno e mezzo sono stati impegnati dal Commissario Marcello Fiori circa settantanove milioni di euro (dei quali quaranta residui attivi della Soprintendenza), destinati per oltre l'ottanta per cento a messe in sicurezza, alla tutela. Verranno destinati due milioni di euro alla manutenzione ordinaria programmata, che è il futuro. Verranno smontati i capannoni sopra la città antica che, rimontati altrove ridaranno decoro paesaggistico al luogo.
Tutti disastri? Certo il problema formidabile di Pompei resta. È auspicabile un nuovo modello di gestione, adatto a una realtà tanto complessa, che sia capace di far cooperare diverse competenze. Dovrebbe consentire al Soprintendente di esercitare i poteri di tutela e di verifica in modo in modo pieno e al «sindaco» di esercitare la gestione, altrettanto in modo ampio. Il fine comune è mostrare, raccontare. (Una precisazione: il portale Pompeiviva.it è del Ministero; il criticato Italia.it no).

da: Corriere della Sera, 6 ottobre 2010, pp. 20-21

Restauri infiniti e costosi
Chiuso il gioiello dei Vettii

di Alessandra Arachi

Negli scavi di Pompei non c'è bisogno di andare a caccia di scandali lungo tutti i sessantacinque ettari di beni archeologici a cielo aperto, patrimonio dell'Umanità. Per deprimersi è sufficiente fare come un turista pigro. Girare appena poche centinaia di metri attorno al Foro. È il posto che è proprio all'incrocio degli assi principali del nucleo originale, il Foro. Il fulcro della città antica. Il perno della folla dei turisti, cinquemila ogni giorno, in media.
La desolazione, tuttavia, assale già all'ingresso delle rovine. Non soltanto per le toilette degne di un campo di concentramento. O per le guide turistiche più o meno autorizzate che ti vengono incontro a frotte, con ogni lingua conosciuta. È che appena arrivi, la guida cartacea ti sbandiera come prima visita la bellezza delle Terme. Inutilmente. Sono chiuse, da chissà più quanto tempo. Come l'Antiquarium, mai aperto per ospitare le migliaia di reperti archeologici prigionieri e impolverati dentro i Granai del Foro. Da sempre.
I turisti si accalcano neanche fossero mosche attorno al miele pur di rubare foto di statue o di capitelli o di chissà che ben di dio è custodito dentro le cassette di plastica, lì all'interno di quei Granai chiusi con sbarre arrugginite. I cani randagi (che in tanti continuano ad aggirarsi indisturbati per le rovine antiche) amano fare la pipì sopra quelle sbarre. Camminare attorno al Foro per crederci. Le strade antiche sbarrate senza alcun cartello che spiega il perché. Palizzate divelte. Cumuli di calcinacci dentro botteghe mai restaurate.
Uno degli zuccherini del giro turistico (versione pigra) è senza dubbio il tempio di Apollo. Qui lo stato di degrado non è, tanto e soltanto, una questione di etica o di decoro. C'è un problema serio di sicurezza. Basta alzare gli occhi sotto le volte per capire. Oppure guardare le colonne che si sgretolano, pezzo dopo pezzo. Di solito cadono in terra pezzettini piccoli di quelle colonne. Ma chi può impedire che si stacchi un lastrone per intero? Addosso a qualche turista inerme?
Continuiamo a camminare. Adesso in direzione delle porte di Ercolano. Vicolo delle Terme. Vicolo della Follonica. Sono tante, ancora, le case chiuse, sbarrate con i lucchetti. Nella Casa del Poeta Tragico c'è il famoso mosaico del Cave Canem. Ci sarebbe. Perché non si può vedere, visto che anche questa casa (inutilmente contrassegnata dal numero 22 dell'audio guida) è chiusa.
Ma andiamo avanti. Fiduciosi verso la Casa dei Vettii: era stato annunciato un grande restauro. La guida cartacea ci spiega che i Vettii erano ricchi e liberti. Ci invoglia a guardare le pitture d'ingresso che evidenziano auspici di prosperità. E dove spicca la figura di Priapo, dio della fertilità. È una pruderie morbosa questa figura mitologica con il suo grande membro posato sopra il piatto di una bilancia a far da contrappeso al denaro. Ma arrivati all'ingresso della Casa dei Vettii, la delusione deborda nella rabbia. Non soltanto non si può ammirare nemmeno l'ombra di Priapo. Ma l'unico denaro che possiamo vedere è quello scritto in cifre sul cartello all'ingresso che segnala il restauro: 548 mila euro per dei lavori inaugurati il 27 agosto del 2008 che avrebbero dovuto essere terminati nel 2009. Non è dato sapere in quale mese del 2009 avrebbero dovuto chiudere il cantiere: sul cartello dei lavori, qualcuno sopra la data ci ha voluto scrivere «vergogna» con una penna a biro. Comunque siamo nel 2010, e anche verso la fine, e della Casa dei Vettii ci rimane soltanto la veduta di una infinita montagna di impalcature dove non c'è segno di un operaio o di un qualsiasi qualcosa che dia il senso di alcun lavoro in corso.
Quando eravamo passati davanti alla casa del Naviglio di Zefiro e Flora (chiusa) un operaio l'avevamo visto: si aggirava lungo le impalcature senza alcuna misura di sicurezza. E senza alcuna preoccupazione.
Andiamo avanti. Continuiamo a girare. La via Stabiana è lunga. Adesso osiamo. Mettiamo da parte la pigrizia, andiamo oltre la sequela di botteghe senza arte né parte, case dagli intonaci che vengono giù come le gocce di pioggia, e allunghiamo il passo. Dritti per dritti lungo la bella (e miracolosamente rimasta originale) via Stabiana si arriva al Teatro Grande.
Ci aveva fatto soffrire il Teatro Grande di Pompei in una gita di fine primavera. Per i lavori di restauro erano stati usati, senza pudore, martelli pneumatici e ruspe, scavatrici, betoniere. Cavi elettrici che bucavano le colonne. Turisti increduli davanti a tanto scempio.
Il Teatro Grande è stato restaurato e inaugurato. Ricostruito ex novo con blocchetti di tufo moderno. In tanti esperti in quei giorni avevano gridato allo scandalo per un bene trattato come fosse il cantiere di una cava di marmo. Ma alle obiezioni era stato replicato che il tufo era reversibile. Che sarebbe stato tolto, prima o poi. Corriamo a vedere il Teatro Grande. Ovviamente i blocchetti di tufo sono ancora tutti lì. Ha qualche senso logico spendere milioni di euro per mettere quei blocchetti di tufo e altrettanti soldi per toglierli, poi, nel giro di qualche settimana, terminata la stagione estiva degli spettacoli? Le casette di lamiera allestite per i camerini, però, almeno quelle sarebbe stato possibile portarle via. Sottrarle alla vista. Come i tubi in ferro accatastati lì, a mucchi. A che cosa servono?
Torniamo indietro al Foro, mesti. Vicino ai Granai c'è un cagnone nero che ci viene incontro, ci lecca la punta della scarpa, si avvia a fare i suoi bisogni nel luogo deputato. Sentiamo la stessa esigenza. E accanto ai Granai abbiamo la prima buona notizia della visita: nella caffetteria nuova le toilette sono pulite e ordinate. Si può fare la pipì illudendosi di essere in un posto civile.

da: Corriere della Sera, 6 ottobre 2010, p. 21

lunedì 11 ottobre 2010

L'umiliazione di Pompei

L'area archeologica in abbandono

di Sergio Rizzo

Non passa giorno senza che qualcuno ci ricordi come l'Italia custodisca la maggior parte dei beni artistici e archeologici del pianeta. Ma meritiamo davvero un simile onore? Il dubbio sorge, osservando quello che accade a Pompei. Da tempo il Corriere del Mezzogiorno sta documentando lo scempio di alcuni «restauri» a base di colate di cemento e l'incuria che regna nell'area immensa degli scavi. Con la protesta montante attraverso i social network, come sta a dimostrare il record di adesioni a una pagina di Facebook che si chiama «Stop killing Pompei ruins». Al punto che viene da chiedersi: ma se quel tesoro ce l'avessero gli americani, oppure i francesi o i giapponesi, lo tratterebbero allo stesso modo?
Il fatto è che quell'area archeologica unica al mondo è purtroppo il simbolo di tutte le sciatterie e le inefficienze di un Paese che ha smarrito il buon senso e non riesce più a ritrovarlo. O forse semplicemente non vuole, affetto da una particolare forma di masochismo. Che però ha responsabili ben precisi. «Le istituzioni preposte alla tutela dei beni culturali sono costantemente umiliate da interessi politici ed economici del tutto privi di attenzione per la salvaguardia di quella che è la maggiore ricchezza del nostro Paese» ha denunciato qualche tempo fa Italia Nostra. Ed è proprio difficile dargli torto, quando proprio a Pompei l'indifferenza della politica si tocca con mano.
Per due anni, con la motivazione del degrado in cui versa l'area, hanno spedito lì il commissario della solita Protezione civile. Con il risultato di «commissariare» nei fatti anche la Sovrintendenza. E già questo non è normale (che c'entra la Protezione civile con gli scavi archeologici?). Ma ancora meno normale è il fatto che da mesi, ormai, Pompei sia senza una guida. A giugno il commissario è scaduto. Mentre a ottobre il sovrintendente ancora non c'è. O meglio, il posto è tenuto in caldo da un reggente in attesa del titolare. Che però il ministero dei Beni culturali non nomina.
Perfino inutile interrogarsi sui motivi di questa paralisi. Viene addirittura il sospetto che nella stanza dei bottoni nessuno si renda conto di avere fra le mani una risorsa economica enorme in una regione che ha disperato bisogno di lavoro e sviluppo. Per dare un'idea dell'attenzione riservata a questa materia basterebbe ricordare che dal 2004 a oggi il governo non è stato nemmeno in grado di mettere in piedi un portale nazionale di promozione turistica degno di tal nome. Nonostante i milioni (non pochi) spesi. Per verificare, fatevi un giretto su www.italia.it, dove la pratica pompeiana è liquidata in 66 parole, senza nemmeno una foto: «Per l'eccezionalità dei reperti e il loro stato di conservazione, l'Unesco ha posto sotto la sua tutela l'Area archeologica di Pompei ed Ercolano, che nel 79 d.C. furono completamente distrutte dal Vesuvio. La lava vulcanica segnò la loro distruzione ma, solidificandosi, la stessa lava che le distrusse divenne un'eccezionale "protezione" che ha preservato gli straordinari reperti, riportati alla luce molti secoli dopo». Stop.
E poi c'è chi si lamenta che con il 70% delle bellezze artistiche e naturali di tutto il mondo continuiamo a scivolare in basso nelle classifiche internazionali del turismo...

da: Corriere della Sera, 5 ottobre 2010, p. 1

domenica 3 ottobre 2010

Una macchia nera sui dipinti di Lascaux

di Viviano Domenici

I dipinti preistorici della grotta di Lascaux, in Dordogna (Francia), antichi di 17.000 anni, stanno male e non si trova la cura per debellare la lebbra che li sta deturpando. Il male comparve la prima volta cinquant'anni fa e periodicamente torna a insidiare, sia pure in forme diverse, le 900 figure di questo straordinario bestiario dell'uomo paleolitico. Stavolta sono macchie nerastre a crescere sul muso della «grande vacca», tra le corna delle renne, sulle zampe dei cavallini neri, e finora tutti i tentativi di annientare quell'impasto micidiale di microscopici funghi, muffe e calcite non sono stati risolutivi.
L'allarme è stato rilanciato nei giorni scorsi, in occasione della visita del presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy e di sua moglie Carla Bruni, che sono entrati nella grotta indossando tute bianche sterili. Così la notizia del cattivo stato di salute di Lascaux ha fatto il giro del mondo, insieme all'eco delle polemiche suscitate dall'iniziativa del Comitato internazionale per la Conservazione di Lascaux che ha chiesto all'Unesco di iscrivere la grotta nella lista dei beni patrimonio dell'Umanità a rischio di distruzione. Una richiesta eclatante che di fatto mette sotto accusa l'attuale Commissione ministeriale da cui dipende la conservazione dei dipinti.
Principale imputato è il particolare sistema di condizionamento dell'aria, fatto installare dall'attuale Commissione, che avrebbe innescato lo sviluppo incontrollato di funghi (Fusarium solani), muffe e batteri contro i quali sono state impiegate massicce dosi di antibiotici e antifungini, applicati sotto forma di impacchi, che non hanno dato i risultati sperati.
Anzi, secondo i critici alcuni interventi - come quello di spargere quattro tonnellate di calce viva nella cavità per combattere i batteri introdotti dagli stessi tecnici addetti alle operazioni di disinfestazione - hanno creato più problemi che altro.
Il Comitato internazionale ha anche denunciato il rifiuto della Commissione ministeriale di mettere a disposizione degli scienziati di tutto il mondo la «cartella clinica» semestrale dei dati rilevati dalla rete di sensori presente nella grotta.
Di fronte alle pesanti critiche, la conservatrice di Lascaux, Muriel Mauriac, ha replicato affermando che lo stato di salute e i livelli di contaminazione della grotta sono stabili e tra pochi giorni saranno disponibili gli studi sul metabolismo del fungo aggressore. Insomma, due verità contrapposte. Forse sapremo qualcosa di più in occasione della conferenza stampa annunciata per la metà di ottobre. E'evidente, però, che la prima minaccia ai celebri dipinti di Lascaux viene dalla presenza dell'uomo che altera il microclima nell'ipogeo; tutti gli altri problemi sono solo conseguenti.

da: Corriere della Sera, 28 settembre 2010, p. 32

giovedì 30 settembre 2010

Una cava minaccia San Pietro al Monte
In mille per la basilica

di Paolo Marelli
«Giù le mani dal monte Cornizzolo. Giù le mani dalla basilica millenaria». Un solo coro per mille voci. Tante quante le persone che ieri si sono strette in una catena umana, quella che si è eretta a muraglia per difendere la vetta della montagna tra Como e Lecco e il gioiello storico-artistico di San Pietro al Monte dai tentacoli della Holcim, la multinazionale svizzera del cemento che, con i suoi moderni «draghi» a motore, vuole divorare una fetta del Cornizzolo, per cavare tonnellate di calcare per l'impianto produttivo brianzolo di Merone.
Se la gigantesca cava dovesse cominciare a tritare la roccia dal monte alto 1.240 metri, «in pericolo - dice Serafino Castagna, responsabile dell'associazione Amici di San Pietro, che tutelano il complesso medievale - ci sarebbe non solo la sopravvivenza di un balcone naturale sul lago di Como e sulla Brianza, ma anche un tesoro di architettura e affreschi della Lombardia, che affonda le sue radici nel basso medioevo».
Dopo mesi di fuoco di sbarramento, con incontri e sirene d'allarme, la crociata per respingere l'assalto della Holcim ha toccato il culmine con la giornata di protesta del «Cornizzolo Day». Una domenica di sole e contestazione sulle pendici tra pranzo al sacco, musica e giochi. C'erano famiglie, giovani e meno giovani, amministratori locali e ambientalisti. Tutti paladini per un giorno contro le brame della multinazionale elvetica, che ha già avanzato una richiesta per aprire una cava, oltre i 900 metri di altezza. Alla testa della crociata per salvare il Cornizzolo e il complesso dell'ex abbazia benedettina ci sono sette piccoli comuni - Canzo, Cesana Brianza, Civate, Eupilio, Pusiano, Suello e Valmadrera - che si estendono ai piedi di questa montagna aspra, ripida e affascinante; paradiso degli scalatori, degli appassionati di parapendio, degli amanti dell'arte e della storia.
Una montagna peraltro già ferita dalla Holcim, che su un versante, sopra le case di Eupilio e Cesana, ormai da cinquant'anni cava dalla miniera dell'Alpetto, la marna che rifornisce di materia prima, per mezzo di un groviglio di nastro trasportatori e teleferiche, i forni dello stabilimento di Merone. Ma i sindaci dei sette comuni spiegano che «si tratta di un polo estrattivo destinato a esaurirsi. Tanto che ha obbligato la multinazionale a setacciare il territorio per scovare una fonte alternativa. E una nuova vena calcarea l'hanno trovato su un'altra parete del Cornizzolo. Ma faremo di tutto per scongiurare un'altra mutilazione di questa montagna».
Nei piani della Holcim l'attività estrattiva della nuova cava dovrebbe durare vent'anni. E se Provincia di Lecco e Regione, a cui toccherà l'ultima parola, dovessero decidere per un no all'apertura, il colosso del cemento minaccia pesanti tagli fra i 270 lavoratori dello stabilimento di Merone. Un braccio di ferro che scatena paura e rabbia. Da tutti, sindaci e semplici cittadini, si alza una sola voce: «Una cava quassù è una follia, uno sconvolgimento per il paesaggio e una minaccia per la stabilità della basilica».
Perché, argomenta Castagna, «l'attività estrattiva vorrebbe dire un'esplosione di dinamite al giorno, con la terra a tremare e nubi di polvere nell'aria a due passi da un complesso millenario». E un solo coro echeggia fino a valle: «Giù le mani dal monte Cornizzolo, giù le mani dalla basilica millenaria».
Il lago di Lecco visto dalla basilica di San Pietro al Monte di Civate.

domenica 12 settembre 2010

Come conservare l'arte del Medioevo

La tradizione di Brandi e i rischi del restauro stilistico

di Arturo Carlo Quintavalle

Pochi anni fa chiunque passasse davanti alla facciata del Saint Trophime di Arles, coperta da ponteggi debitamente schermati, avrebbe avvertito un sibilo continuo e l'acqua uscire da sotto i teloni: dentro infatti si proiettava a pressione, sulle sculture del portale di fine XII secolo, un liquido probabilmente con abrasivi.
Certo il sudiciume, i depositi di idrocarburi e degli acidi in sospensione nell'atmosfera venivano rimossi facilmente, ma così si veniva a scoprire la parte viva della pietra, quella appena sotto la superficie lavorata dagli scultori. Altro esempio recente: in Francia, all'esterno della abbazia di Cluny, i resti del grandioso edificio costruito dal 1088 e consacrato, nella zona presbiteriale, nel 1095, avrebbe potuto vedere una scena singolare: muratori sulle impalcature che mettevano in opera perfette pietre di colore giallino ben squadrate, nuovissime, sostituendo le arenarie consunte da oltre 900 anni di esposizione alle intemperie; la parete così risistemata era perfetta, degna di un rifacimento in stile del XIX secolo. Due esempi per capire il tipo di restauro usato per generazioni in Francia, ma anche in Italia a cavallo fra '800 e '900, e ancora in Spagna e Germania, un modello di restauro che muove dalle teorie del grande architetto francese Eugène Viollet le Duc che, in Francia, voleva far tornare le chiese romaniche, ma soprattutto gotiche, alla loro forma originaria e per questo era disposto, come a Nòtre Dame a Parigi, a ricostruire molte parti dell'edificio e a far scolpire ex-novo le sculture distrutte, come nel caso delle statue dei re di Giuda poste in facciata. In passato l'uso degli abrasivi è stato utilizzato come mezzo rapido di pulitura anche da noi, ma da tempo le ricostruzioni in stile non fanno parte della nostra cultura e della nostra prassi, dopo la nuova impostazione teorica sui problemi del restauro proposta da Cesare Brandi.
Riflettiamo: il patrimonio più importante dell'Occidente medievale europeo è quello che vediamo in Italia, in Francia, in Spagna; in questi tre Paesi, ma anche in Germania e Inghilterra, si pone il problema degli interventi di tutela. Lo stato delle sculture medievali all'aperto nel nostro Paese, ma non solo nel nostro, è grave per ragioni oggettive: i mutamenti di clima forse sono gli stessi di 900 anni fa, ma quello che è accaduto negli ultimi 60-70 anni, con la industrializzazione e l'inquinamento, è un fenomeno senza confronto con le epoche passate. Si dice che nelle ultime due generazioni il degrado delle sculture medievali all'aperto è stato più forte che in tutti i precedenti secoli messi insieme. I risultati si vedono: le sculture un poco ovunque spesso mostrano crepe a volte profonde entro le quali penetra l'acqua e, quando l'acqua gela, le sculture si frazionano, oppure, se sono arenarie, si sfarinano. Certo, le scelte sui modelli del restauro nei diversi paesi europei sono diverse ma come coniugare l'azione degli organi preposti alla tutela e quella della ricerca nella università? Per questo è stato creato dal Segretario Generale del Ministero per i Beni Culturali, Roberto Cecchi, un gruppo di studio per proporre nuovi modi di analisi e dialogare con gli organi di tutela delle Soprintendenze.
Le culture del restauro in Occidente sono diverse: in Germania si sono voluti ricostruire, per evidenti ragioni simboliche, gli edifici medioevali semidistrutti dalla guerra, e penso ad esempio a quelli di Colonia; in Spagna l'importanza dell'arte medievale è apparsa evidente fin dai primi decenni del secolo appena trascorso, quando si ricostruiscono edifici in stile e si bloccano le esportazioni di importanti cicli di affreschi e di interi chiostri, come quello di Cuxa, per metà finito al Metropolitan di New York. Da noi è stato elaborato un modello che non privilegia una età rispetto alle altre, e quindi non distrugge tutto quanto le diverse epoche hanno sovrapposto ad una originaria struttura medievale per ricondurre gli edifici a un modello astratto imposto.
Inoltre nuove tecniche di conservazione delle sculture permettono interventi efficaci di salvaguardia, ma resta aperto ancora il problema della collocazione all'aperto di quelle sculture che all'aperto, in origine, non sono mai state e che erano parte di arredi interni medievali poi scomposti, come pulpiti, recinzioni presbiteriali o altro ancora. Dunque è ancora lungo il cammino da percorrere per la salvaguardia delle sculture medievali all'aperto e questo non può che vedere la collaborazione fra organi di tutela del Ministero e ricercatori della università.

da: Corriere della Sera, 1 settembre 2010, p. 39

venerdì 25 giugno 2010

I restauratori fanno il «lifting» alla donna del Veronese

di Pierluigi Panza
Visti i tempi grami, i restauratori d'arte devono aver pensato di trasformarsi in chirurghi estetici. Non si spiega altrimenti come un viso di donna raffigurato nella «Cena in Emmaus» del Veronese (1559-1560), tela appartenuta al cardinal Richelieu e ora al Louvre, più che a una pulitura sembra esser stato sottoposto a un lifting. Il naso da nobildonna dipinto dal Veronese è diventato infatti, sotto i ferri dei conservatori, un nasino - obbligato dirlo - alla francese. Per altro, l'intervento di rinoplastica è avvenuto in due fasi: nella prima i restauratori hanno realizzato il nasino francese poi, forse accortisi dell'improprietà, lo hanno rimodellato.
Michel Favre-Félix, presidente dell'Associazione per la salvaguardia del Patrimonio Artistico di Parigi, ha accusato i restauratori: «Veronese aveva immaginato una madre di nobile famiglia, quasi una eco della Vergine Maria, ed è stata trasformata in una caricatura di un adolescente del ventunesimo secolo, con le guance gonfie e un broncio ridicolo». Descrivendo poi il tentativo di correggere il primo restauro come una «tacita ammissione» di «errori grossolani», ha dichiarato al Guardian che il museo si è rifiutato di riconoscere il secondo restauro. Critiche sono piovute anche da Michael Daley, direttore di Art Watch, che ha parlato fotografie che sono «prove incriminanti», di restauratori che si comportano come «chirurghi d'immagine» che fanno più male che bene. Per Daley, la bocca presenta ora labbra più «gonfie e informi», il naso è «affilato» e con «una narice grottescamente grande».
Per un confronto disciplinare, abbiamo raccolto qualche impressione dal chirurgo estetico Mario Goisis: «Il restauratore ha agito come un chirurgo plastico, ringiovanendo il volto. I segni del tempo, come le borse sotto gli occhi, la riduzione dell'angolo tra il naso e il labbro superiore e lo svuotamento delle guance sono mascherati e corretti: la donna appare più giovane». Un intervento, insomma, che non fa bene sperare in vista del 18 giugno, quando una commissione del Louvre si riunirà per decidere se restaurare la «Madonna col Bambino e Sant'Anna» di Leonardo Da Vinci. Se questa è la linea, s'impongono numerosissimi interventi: la riduzione della rottura del setto nasale nel «Federico da Montefeltro» di Piero della Francesca; la mastoplastica al seno e la lipoaddominoplastica per le veneri di Tiziano; la liposuzione per «Le tre grazie» di Rubens... Ovviamente ormoni per la «Donna barbuda» del Ribeira...

Tre immagini che mostrano le diverse fasi del restauro: la situazione iniziale, al termine del restauro e dopo la correzione finale.


giovedì 10 giugno 2010

Ruspe, cavi e mattoni: contestato a Pompei il restauro del Teatro

di Alessandra Arachi

Già il rumore non lascerebbe dubbi: i martelli pneumatici producono quelle vibrazioni perforanti inequivocabili. Ma poi basta scavalcare una piccola recinzione (facilissimo, non c'è un custode in giro nemmeno a pagarlo oro) ed ecco che sì, diventa complicato credere ai propri occhi. I martelli pneumatici diventano quasi un dettaglio nel terribile cantiere del Teatro Grande di Pompei, invaso da betoniere, bob kart, ruspe, cavi, levigatrici e chi più ne ha ne metta. Nel condominio sotto casa vostra sarebbero più prudenti nel fare i lavori.
E invece qui, roba di archeologia del II secolo avanti Cristo, gli operai si muovono in mezzo alle rovine come elefanti dentro una cristalleria e a cercare un responsabile di tutta la baracca si trova soltanto «il geometra Pasquale», così almeno è capitato a noi nella giornata di ieri quando i martelli e le ruspe erano in piena azione sotto gli occhi di turisti attoniti.
Lo hanno chiamato «il restauro» del teatro. Ma adesso che i lavori sono quasi finiti, è l'Osservatorio del patrimonio culturale che è entrato in azione. Una lettera a Sandro Bondi, ministro per i Beni Culturali per denunciare «l'evidenza della gravità degli interventi».
Scrive Antonio Irlando, responsabile dell'Osservatorio, al ministro: «La gravità è facilmente e banalmente dimostrabile, in particolare della cavea, che, rispetto ad una qualsiasi foto o disegno di diversi momenti della vita degli scavi, risulta completamente costruita ex novo con mattoni in tufo di moderna fattura». E basta un giro attorno al teatro per crederci. Oppure per non riuscire a credere ai propri occhi.
A guardarlo adesso il Teatro Grande di Pompei sembra uno scherzo. Un'illusione informatica di chi si è divertito a giocare con un'immagine. Come quando, chessò, si mettono i baffi alla Gioconda. E invece è tutto vero. E adesso Marcello Fiori, il commissario straordinario di Pompei, mette rapidamente le mani avanti: «Quello è un progetto redatto dal precedente soprintendente Pietro Giovanni Guzzo e approvato dalla direzione generale del ministero per l'Archeologia, dal segretario generale, dal capo gabinetto del ministero, dal capo gabinetto della Regione Campania. Nel teatro così restaurato suonerà il 10 giugno il maestro Riccardo Muti».
È arrivato quindici mesi fa a Pompei, Marcello Fiori già dirigente in aspettativa dell'Acea, è l'ex braccio destro di Guido Bertolaso alla Protezione civile: è stato lui l'uomo che ha controllato tutti i lavori del G8 all'Aquila, oltre ad aver fatto il commissario straordinario del termovalorizzatore di Acerra. Adesso Fiori è diventato un dirigente del ministero dei Beni Culturali, grazie ad un decreto per le emergenze utilizzato dal ministro Sandro Bondi, e sta gestendo i fondi per il ripristino di Pompei, circa 110 milioni di euro, più o meno, per decine di cantieri aperti in mezzo agli scavi.
Come e gestiti da chi, questi cantieri, non è dato saperlo. Perlomeno ci hanno provato a chiederlo i dirigenti sindacali, senza successo. Gianfranco Cerasoli della Uil ha inutilmente inviato lettere e lettere al commissario Fiori per avere lumi sull'elenco dei lavori, delle forniture, delle consulenze, dei servizi, contestando i ribassi delle gare per l'aggiudicamento dei lavori che per le rovine di Pompei sono arrivati anche al 40%.
«Non spetta a Cerasoli farmi queste domande», ha così risposto ieri il commissario Fiori, seccato. E altrettanto seccata è stata la risposta di Cerasoli: «Fiori è semplicemente obbligato contrattualmente a dare le risposte nella logica della trasparenza».
Fiori si è dichiarato «comunque disponibile a far vedere quello che serve, l'elenco di tutti i lavori e di tutte le procedure adottate». E sarebbe interessante vederle le procedure. Soprattutto capire quali sono stati i criteri adottati nel ripristino dei disastrati scavi di Pompei, visto che alla fine di febbraio è stato lo stesso direttore degli scavi di Pompei, Antonio Varone, a scrivere un'accorata lettera al commissario Fiori.
Segnalava Varone a Fiori «un notevole numero di edifici di Pompei antica che versano in condizioni di degrado statico», ma anche pregandolo «per l'incolumità del pubblico di provvedere alle identificazioni di murature ad immediato pericolo di dissesto statico».
Quei problemi statici sono ancora lì. In compenso ora le strade a ridosso di Porta Stabia, lungo la via delle tombe pullulano di allegri cartelli colorati «Friendly Pompei», c'è scritto a segnalare un percorso di visita agli scavi realizzato con colate di cemento lungo la strada archeologica: adesso non si vedono più le lastre antiche. Ma si vedono i grandi cartelloni che segnalano la possibilità di visitare i meravigliosi cantieri della Casa dei Casti Amanti, sistemati con bob kart e betoniere, a dispetto della promessa di fare soltanto scavi a mano.
Comunque sarebbe stato bello fare una visita in questi cantieri tanto celebrati. Ieri, chissà perché, erano assolutamente inaccessibili. Chiusi al pubblico.

da: Corriere della sera, 25 maggio 2010, p. 23

giovedì 3 giugno 2010

I capolavori rubati dal ladro solitario

Ha segato l'inferriata di una finestra e preso 5 tele, tra cui un Picasso e un Modigliani

di Massimo Nava

«Incredibile»: per destrezza, importanza del bottino e soprattutto facilità, complice una buona dose di negligenza. La polizia di Parigi e i responsabili del Museo d'arte moderna di Parigi sono increduli dopo la scoperta, ieri mattina, all'apertura del museo, del clamoroso furto di cinque capolavori di notevole importanza e valore dei maestri Pablo Picasso, Henri Matisse, George Braque, Amedeo Modigliani e Fernand Léger. Un colpo, secondo alcune stime, da cento milioni di euro, anche se il «prezzo» è difficilmente valutabile nel mercato della ricettazione e dei furti su commissione.
È stato un ladro solitario, un uomo vestito di nero, con passamontagna, a penetrare indisturbato nelle sale del museo, al Trocadero, forzando una finestra, presumibilmente non collegata al sistema di allarme che comunque non ha funzionato. Il ladro ha segato un'inferriata e tagliato un lucchetto prima di separare con cura, usando un temperino, le tele dalle cornici. Le telecamere a circuito chiuso lo hanno filmato mentre arrotolava i capolavori, li infilava in una borsa a tracolla e se ne andava in tutta tranquillità.
Le tele trafugate sono la Donna con ventaglio di Modigliani, la Pastorale di Matisse, l'Olivier près de l'Estaque di Braque, la Natura morta con candelabri di Léger e Le pigeon aux petits pois di Picasso, opera quest'ultima che ha la particolare caratteristica di essere firmata sul retro.
«È un furto sciocco» ha dichiarato Pierre Cornette de Saint-Cyr, il commissario alle esposizioni del Palais de Tokyo, come viene chiamato il Museo d'arte moderna parigino. Il commissario confida sul fatto che i dipinti siano recuperabili. «Capolavori del genere sono talmente conosciuti, e oggi ancora di più dopo la diffusione delle immagini del furto, che nessuno può immaginare di riuscire a venderli. A meno che non si voglia ricattare le società d'assicurazione».
Ieri mattina, i visitatori, come sempre numerosi e in coda di buon ora, hanno trovato naturalmente il museo chiuso, con laconica comunicazione: «Motivi tecnici». La polizia ha ispezionato le sale e fatto gli accertamenti di rito. Sul marciapiede, un'«esposizione» piuttosto insolita: le cornici, mestamente vuote.
Il sindaco di Parigi, Bertrand Delanoë, ha espresso «costernazione»: «Sono particolarmente triste e scioccato per questo attacco intollerabile al patrimonio universale di Parigi. Auspico che tutti i mezzi necessari siano attuati per ritrovare questi capolavori». Il museo occupa un'ala del Palais de Tokyo, a due passi dalla Senna, proprio di fronte alla Tour Eiffel. Aperto nel 1961 conserva più di 8.000 opere di autori del XX secolo.
Non è la prima volta che i musei parigini sono presi di mira dai ladri. Nei mesi scorsi, un furto di minore importanza, era stato compiuto al Museo Picasso, nel Marais. In passato, come si sa, venne trafugata anche la Gioconda.

da: Corriere della sera, 21 maggio 2010, p. 30