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martedì 28 settembre 2010

Il teatrino di Cattelan

di Maurizio Cecchetti
Per riconoscere il genio di Maurizio Catte­lan non si devono giudicare le opere che fa dal punto di vista artistico, è indispensabi­le analizzare le reazioni che scatenano nel pub­blico. Basta ricordarsi dei tre ragazzini in salo­pette appesi all’albero a Milano e dello scandalo che fecero tra gente comune e ipocrite reazioni dei politici: un ex sindaco (quello della sfilata in boxer), commentò: «Temo un po’ per il traffico»; non contenta della laconica risposta, una gior­nalista chiese all’ex primo cittadino se non gli sembrava una immagine un po’ troppo forte quella di Cattelan: «Ma se non hanno nemmeno un’espressione di dolore…» fu la risposta ancora laconica. L’assessore alla cultura dell’epoca, uo­mo Confindustria, si giustificò così: «Non lo riti­rerò [il patrocinio], sarei accusato di censura. Non sapevo che sarebbe stato allestito così. Nel progetto si parlava semplicemente di pupazzi appesi per rievocare il mito di Pinocchio». La ri­sata è d’obbligo, no? Un signore che abitava di fronte all’albero incriminato, dopo essersi la­mentato per molte ore lanciando grida dalla fi­nestra di casa sua, scese in strada e siccome nes­suno faceva nulla per togliere quello scempio salì su una scala e cominciò a tagliare le corde, uno dei manichini cadde e si ruppe. Arrivò per caso un critico d’arte libertario e benpensante (che poi fu a sua volta assessore del Comune) gridando: «È puro vandalismo culturale» [quello di Cattelan? No, quello del signore di mezz’età…] «chi fa queste cose andrebbe arre­stato. È come quando presero a martellate la Pietà di Michelangelo». Per lui anche i graffiti del Leonka sono degni della Sistina, tutto si spiega accidenti! E il teatrino potrebbe continuare. Il fi­nale è degno di nota: arrivò anche Cattelan, vide il manichino in pezzi, raccolse i cocci e confessò tristemente: «Io non ho commesso atti contro la legge, chi rompe l’opera sì» (e pare abbia anche sporto denuncia: non c’è male per un provocato­re). Adesso Cattelan ci riprova. Per la verità se ne parla da mesi, da quando rese noto l’ormai cele­bre «dito medio» – intitolato L.O.V.E. – che verrà collocato in Piazza Affari (ma solo per una deci­na di giorni); dopo lunga querelle tra il sindaco in gonnella che lancia fulmini dagli occhi e l’as­sessore che promette gesti pubblici di protesta se la mostra salta (le dimissioni?), mentre ci si at­tacca a tutto pur di limitare i danni (compresa un’assurda polemica sul manifesto della mostra e un orario d’apertura di poche ore pomeridia­ne- serali), sembra che venerdì si inauguri, ma dalle iniziali otto opere programmate ne verran­no esposte soltanto quattro. Ci sarà la statua di Giovanni Paolo II caduto sotto un meteorite, l’Hitler genuflesso e la donna crocifissa. Tutte o­pere già note e causa di polemiche, esposte a Pa­lazzo Reale assieme a un libro d’artista nel quale Francesco Bonami, il critico internazional-popo­lare amante del suk artistico, spiegherà in 44 ta­vole la carriera artistica di Cattelan. Sarebbe un errore madornale credere che la mostra di Catte­lan sia questa. Le opere sono soltanto il pretesto, il capolavoro invece è ancora in fieri: è la provo­cazione implicita in chi accetta di esporre le sue opere a Milano, dopo il precedente dell’albero, sfidando i benpensanti, e si sa che i primi a do­versi dimostrare tali sono quelli che governano, i politici, che monitorano le reazioni del pubblico. C’è malumore in giro, si viene a sapere di un’o­pera che fa un gesto volgare ma interclassista, nel senso che è praticato tanto dai ricchi quanto dai poveri, da quelli con una laurea e dagli anal­fabeti, da nonne e nipotini, insomma dall’Italiet­ta televisiva? C’è pure un colpevole? Il mondo fi­nanziario mondiale. Bene, quale idea può essere più efficace di questa se collocata in Piazza Affa­ri? E infatti Cattelan dice: accetto tutto, ma non rinuncio alla collocazione di quell’opera davanti alla Borsa, voglio vedere che effetto fa. Alla fine Milano avrà la sua mostrina di Cattelan. Però, parliamoci chiaro: piaccia o meno, Cattelan è l’artista italiano più noto e quotato al mondo. Le sue opere vengono vendute a milioni di euro. Si può decidere di fare una sua mostra oppure no. Ma se si fa, bisogna avere il coraggio di andare fi­no in fondo, esporre quello che va esposto, guar­dare, analizzare, criticare, stroncare, ridere, pian­gere, pregare, odiare, sfasciare (questo no), in­somma, assumersi piena responsabilità e non fare questa magra figura che ha fatto Milano, che è soltanto l’ultima più clamorosa in una serie di mostre che da anni non sono all’altezza di una città che fece carte false pur di avere Expo 2015. Si facciano l’esame di coscienza quelli che deci­dono a Milano. E si domandino: se questa mo­stra di Cattelan fosse venuta in mente a Roma, a Venezia oppure a Firenze, si sarebbe vista mai tanta finta pruderie? In ultimo, una nota su Cat­telan. Non si tratta di decidere se sia bravo o no. È bravo e capace, ma in quello che sa fare: il pro­vocatore, l’uomo spettacolare, il pubblicitario di situazioni paradossali che solleticano il perbenismo di tanti che amano la bagarre, lo sberleffo plateale e pubblico di memoria futurista. L’arte è un’altra cosa. Anzi, dirò me­glio: Cattelan sarà pienamen­te artista (e non solo comuni­catore o buffone di corte) quando saprà darci, final­mente, un’opera senza pro­vocazioni d’immagine, ma capace di rendere la bellezza in una forma che parla da sé. Dove la forma, insomma, prevalga sul «messaggio stra­no ». Sembrava che potesse riuscirci quando a Palazzo Grassi espose sette marmi dove s’intuivano altrettanti corpi stesi a terra e coperti da un lenzuolo. Ma c’era ancora troppa «cronaca» in queste sculture e poco assoluto. Col «dito medio», però, Cattelan dà prova di essere ritornato alla sua tentazione più irresi­stibile: mettere i baffi alla Gioconda.
L'installazione "L.O.V.E." davanti alla Borsa di Milano (27 settembre 2010)

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