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giovedì 21 ottobre 2010

Se l'ironia è ben quotata

di Carlo Bertelli

Non ero a Milano. Ma dove mi trovavo, mi avevano raggiunto diverse telefonate di milanesi inorriditi per il monumentale Dito di Maurizio Cattelan. A quasi tutti sembrava che fosse la pietrificazione del linguaggio scurrile venuto in voga tra i nostri politici, e appariva insopportabile che la volgarità delle loro battutacce minacciose dovesse diventare un ammonimento marmoreo perenne. Appena tornato a Milano, sono corso a vedere il monumento. Non la mostra, che raccoglie opere che già si conoscono, ma proprio quell'intervento urbano tanto discusso e tanto discutibile. Mi aspettavo di vedere, ingigantita, la mano di un nostro, o di una nostra, onorevole, chiusa a pugno per puntare quel dito medio insultante verso l'intera città.
Invece ho trovato una grande mano mutilata. Una mano eseguita realisticamente, cui tutte le dita, tranne una, erano state tagliate. La prima cosa che mi è venuta in mente è stata la vista di dita amputate di falegnami, macellai, cavatori e altri lavoratori. Poi ho pensato ai tragici marmi di mutilati di Marc Quinn in Trafalgar Square, a Londra. E mi è sembrato che quel dito si levasse come estrema, solitaria e inane protesta. Maurizio Cattelan mi perdoni, ma credo che sia assuefatto al carattere polisemantico di una creazione artistica. Da Pasquino a Roma all'om de pedra a Milano, sono tante le statue cui il pubblico ha attribuito un senso che certo non avevano in origine. Ma il monumento di Cattelan è piazzato a dileggio della Borsa. Nella piazza più disegnata di Milano, dove la facciata clamorosa del palazzo della Borsa si fronteggia con il lato opposto, silenziosamente dechirichiano, il dito di Cattelan si erge beffardo e irriverente.
Si poteva avere di peggio. Alla Biennale della scultura, a Carrara, Paul McCarthy ha presentato la monumentale scultura di un escremento, alta 4 metri e 60, realizzata nello scuro travertino di Rapolano. Per tutta la durata della biennale, ossia per tutta al scorsa estate, la grande «statua» è stata in bella mostra davanti a una banca, con l'intento dichiarato di mettere allo scoperto ciò che noi - e le banche prima di tutti - invece copriamo. Non so se la stessa banca che faceva da sfondo alla scultura fosse tra gli sponsor della biennale, ma è probabile. Così come ora è il Comune di Milano che accetta, senza batter ciglio, d'insultare la Borsa.
Debbo precisare che il tema della biennale di quest'anno verteva sull'impossibilità di realizzare monumenti là dove non vi sia un consenso generale, spontaneo o imposto, orientato ad accettare l'enfasi retorica. Sembra che le democrazie abbiano difficoltà a creare i propri monumenti. Il monumento è diventato un'esperienza del passato e, per gli artisti d'oggi, un rimpianto che mascherano col dileggio.
Il Dito di Cattelan probabilmente non resterà a lungo, a meno che Palazzo Marino non accetti la proposta di proroga fatta dallo stesso Cattelan. E'solo la sezione esterna di una mostra che si svolge all'interno del Palazzo Reale, offerta dal Comune ai cittadini. L'ironia di Cattelan non scuote il mondo, non fa crollare il capitalismo. L'ironia di Cattelan è anzi ben quotata.

da: Corriere della Sera - Milano, 15 ottobre 2010, p. 1

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