di Vittorio Gregotti
Perché la Quinta Triennale di Milano del 1933 fu tanto importante nella vita della cultura, dell'architettura e delle arti figurative?
La risposta è certamente intricata; vi sono alcune ragioni che ne mutano anzitutto l'assetto interno, ma soprattutto il ruolo per la città. La Triennale, dopo dieci anni di attività, passa, dalla Villa Reale di Monza (dove era cominciata nel 1923 a partire dalle iniziative promosse fin dal 1919 dalla Società Umanitaria e dal sindaco socialista di Milano Caldara), al Palazzo dell'Arte, progettato da Giovanni Muzio al Parco Sempione di Milano, divenuto parco pubblico alla fine del secolo. Ciò avviene con il sostegno delle autorità e con quello economico dell'industriale milanese Bernocchi. La Triennale inoltre diventata ente autonomo, ha un riferimento diretto anche al nuovo potere politico del fascismo. Gio Ponti e Mario Sironi ne costituiscono il direttorio organizzatore. Alla sua inaugurazione nel 1933 partecipano, oltre al Podestà di Milano Marcello Visconti di Modrone, Vittorio Emanuele III, autorità politiche nazionali e persino il ministro tedesco Goebbels.
Mutano anche i contenuti con una forte presenza dell'architettura, ed in particolare proprio del gruppo dei razionalisti, ma anche con una intensa partecipazione dei pittori del Novecento, con importanti interventi monumentali e celebrativi, sia pure una partecipazione che presenta accentuate differenze delle singole personalità. Il movimento del 900 (la rivista con lo stesso titolo diretta da Bontempelli e Malaparte si pubblica a partire dal 1926) era stato già promosso dalle riviste «Valori Plastici» (1918-21), la «Ronda» (rivista romana di letteratura) e fondato ufficialmente nel 1922 con la mostra dei «sette pittori» alla Galleria Pesaro. Nel 1924 era stato presentato anche alla Biennale di Venezia (sponsor Margherita Sarfatti), poi nel 1926 e 1929 in due mostre alla Permanente a Milano. Con varie provenienze (metafisica, futurismo, classicismo, gusto dei primitivi, nazionalismo) erano presenti da Sironi a Carrà, da Campigli a Casorati, a Funi e molti altri e poteva contare su un ampio numero di architetti attivi sin dal 1920.
I razionalisti (che si erano ufficialmente formati a partire dal 1926 con le dichiarazioni pubblicate sulla «Fiera letteraria») sono ampiamente rappresentati sia nella mostra dell'architettura internazionale della Triennale del 1933 che nelle architetture-esempio, costruite nel parco. Sono presenti quasi tutti i protagonisti, rappresentati in modo esemplare nelle loro intenzioni dalla «villa studio per artisti» di Figini Pollini con Melotti e Fontana.
Infine la presenza delle arti decorative ed industriali, tramontata l'organizzazione regionale, accentua l'importanza delle partecipazioni internazionali più avanzate come quella del Deutsche Werkbund (che peraltro verrà chiuso l'anno successivo dal regime). Ma, ciò che è ancora più importante, la V Triennale divide idealmente due periodi culturali: quello del «ritorno all'ordine», slogan che attraversò tutta l'Europa dopo il 1919 e che considerava superate le esperienze delle avanguardie (anche se il futurismo come neofuturismo permane in Italia ancora per molti anni). Il «ritorno all'ordine» in Italia assume la veste del movimento del 900 in pittura ed in architettura con le sue varianti neoeclettiche, metafisiche, neoclassiche, di modernismo moderato e di nazionalismo ma influenza anche i primi anni del razionalismo italiano. La Triennale del '33 promuove, però, una nuova affermazione del movimento moderno in Italia, un'affermazione fatta di pochi ma esemplari edifici e sottolineata dall'azione critica di riviste come «Quadrante» (1933-36) di Bardi e Bontempelli e «Casabella» (1928-40), diretta, proprio a partire dal 1933, da Giuseppe Pagano ed Edoardo Persico.
Sono anche gli anni della speciale versione dell'astrattismo italiano di Melotti, di Fontana, Licini, Veronesi, cioè di quella speciale versione che Paolo Fossati definiva «l'astrattismo dell'immagine sospesa», che molta influenza ebbe sulle particolarità con cui si definì dopo il '33 la figura del razionalismo italiano nel quadro del movimento moderno europeo.
Sono infatti gli anni della costruzione delle opere più importanti di Terragni (come la Casa del Fascio di Como o l'asilo Sant'Elia) di Cattaneo, di Figini e Pollini, opere come l'importante collaborazione con Adriano Olivetti ed il piano della Valle d'Aosta, che li associa con altri protagonisti di quegli anni come il gruppo dei BBPR (Banfi, Belgioioso, Peressutti e Rogers) con Bottoni, Pagano, Persico, Nizzoli, Cattaneo, Vietti e qualche altro, per restare al gruppo milanese. È questo gruppo che partecipa anche alle riunioni annuali dei CIAM (Comitato Internazionale dell'Architettura Moderna) dove sono presenti i grandi maestri internazionali da Le Corbusier a Walter Gropius.
I protagonisti del 900, pur con opposte interpretazioni (ma dovremmo aggiungere con molte distinzioni interne anche musicisti, con l'azione della rivista «Rassegna musicale» ed i letterati con riviste come «La Ronda», «Solaria», «La Voce» ed il «Baretti») seguitano negli anni Trenta ad esercitare un'attività professionale importante proprio nella definizione dell'immagine della città di Milano (che giunge nel 1933 ad avere quasi un milione di abitanti) e nel rinnovamento di alcune sue parti centrali come piazza San Babila e corso del Littorio; anche se questo progressivamente avviene sotto la pressione ideologica del regime, rappresentata soprattutto, per l'architettura da Marcello Piacentini, che realizza a Milano il Palazzo di Giustizia.
La rivista «Domus» prosegue inoltre la sua funzione di eclettica mediazione tra le parti. I razionalisti, in misura progressiva, prendono invece coscienza delle contraddizioni tra l'internazionalismo progressista del movimento moderno e le posizioni del regime.
Proprio nel 1933 in Germania avviene la svolta reazionaria decisiva con la chiusura della scuola del Bauhaus e la persecuzione dei grandi artisti moderni delle avanguardie. Sono poi proprio le Triennali del 1936 e soprattutto quella del 1940 a rendere evidenti le contraddizioni.
Anche la storia successiva delle Triennali assume nel dopoguerra la responsabilità di segnare alcune svolte importanti nella cultura italiana come quella del '48, del '64, del '68 e quella della «multimedialità» degli ultimi anni.
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